Un assaggio di memoria da “e’ Curti”
Un assaggio di memoria da “e’ Curti”
“…se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”.
di LAURA DI RENZO E LUIGI ESPOSITO
Appuntamento da “e’ Curti” a Sant’Anastasia. Siamo passati davanti al Santuario della Madonna dell’Arco a Pomigliano, dove già fervevano i preparativi per la processione e c’erano sul piazzale già tanti ragazzi vestiti di bianco e di azzurro come tradizione comanda. Qui la devozione mescola, in modo innocente e granitico allo stesso tempo, il sacro e il profano. Con noi c’è anche Giovanni Assante, titolare del pastificio Gerardo di Nola a Gragnano. Giovanni ci racconta che la raccolta delle offerte nei quartieri popolari di Napoli avveniva di notte e nasceva come un mormorio per diventare un urlo straziante “A’ Maronn’ e l’Arc…A’ Maronn’ e l’Arc…”.
Storie di altri tempi, ma anche di questi tempi, a ridosso di altre storie, di fabbriche chiuse e riaperte, di operai in sciopero, di rifiuti tossici. Forse una grazia A’ Maronn e l’Arc’ ce la potrebbe fare.
La strada si stringe e in un intrigo di vicoli e piazzette arriviamo davanti alla casa-trattoria di Angelina Ciriello. Uno stanzone, pochi tavoli, un bancone, quadri e fotografie alle pareti. È il 1924 e un pro-zio di Angelina, prete-spogliato, decide di aprire un posto di ristoro qui, alle pendici del Vesuvio, per ripetere i piatti semplici della cucina di convento. Suo fratello ha otto figli, quattro maschi e quattro femmine ed i maschi hanno una particolarità: due sono corti e due sono lunghi. Angelina, che è figlia di Francesco, uno dei due lunghi, parla dei suoi zii lillipuziani, che ereditarono la trattoria, con pudore e tenerezza, anche quando racconta che per fare questo mestiere abbandonarono l’attività circense che li aveva portati in giro per mezza Europa. Angelina è qui dal 1951, aveva nove anni quando cominciò a muovere pentole e “tielle”, cucinando le cose che ancora cucina e che sono il motivo per cui oggi siamo nel suo locale.
Vicino ad Angelina ci sono i figli, l’ultima generazione, Sofia e Vincenzo che insieme al nipote Francesco, in cucina, continueranno l’attività di famiglia, che negli ultimi anni, quasi casualmente ha preso anche un’altra direzione: nel mondo della gastronomia sono pochi quelli che non conoscono il nocillo dei curti, un velluto liquoroso a base di noci, esportato in mezzo mondo. Parliamo di internet, di globalizzazione, di mercati e sulla parete, dalle loro cornici le due faccine graziose di Antonio e i “bellilli”, come li chiama Angelina, ci guardano sorridenti, ben pettinati, camicia dagli angoli arrotondati, cravattino, mentre risuona un’eco lontana “venghino, siori, venghino…”
Zuppe di fagioli e funghi, l’insalata di stoccafisso, lo stoccafisso con i pomodorini, i pezzi di baccalà fritto. Michele, Giuseppe, Domenico, Antonio, Giovanni e noi, naturalmente, ci lecchiamo i baffi, contenti per aver avuto la testimonianza di che cosa si può fare in cucina con un grande prodotto.
Ma dietro questi prodotti non c’è solo fatica, lavoro e conoscenza, ma anche pensiero ed idee, e allora ci tornano alla mente le parole di una canzone degli anni ’80: “…se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”.
Noi non faremo una rivoluzione, ma certamente oggi abbiamo mangiato un’idea.




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