L’obesità come malattia

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L’obesità come malattia
Una review condotta dall’università Tor Vergata delinea l’obesità come patologia con diverse comorbilità associate.
Di Daniele Battistoni, Marco Fasulo De Santis, Marta Pellegrino

 

La World Health Organization definisce lo stato di salute come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non come l’assenza totale di patologie o infermità. Nonostante gli sforzi profusi per raggiungere tale stato, le malattie croniche degenerative e la condizione di obesità sono in continuo aumento. Questo è il tema trattato da un gruppo di lavoro della sezione di Nutrizione clinica e Nutrigenomica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata nello studio pubblicato:“ Why primary obestity is a disease” di Antonino De Lorenzo et al.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31118060/
I ricercatori hanno ragionato sull’obesità. Questa condizione è un problema epidemico e multifattoriale, risulta correlata principalmente ad un errato comportamento alimentare e, secondariamente, a problematiche genetiche, endocrine ed anche ipotalamiche. La diagnosi può andare incontro a notevoli difficoltà: circa il 30% delle persone affette da questa patologia non riceve una diagnosi corretta a causa dei limiti strumentali nella misurazione del grasso corporeo. Alla base dall’obesità c’è l’adiposopatia, ovvero la presenza di tessuto adiposo con funzioni endocrine alterate dovute, principalmente, ad un bilancio calorico positivo. La diagnosi ed il trattamento dell’adiposopatia risulta quindi un fattore importante per la prevenzione di malattie cronico-degenerative tra cui diabete di tipo II, ipertensione, patologie cardiovascolari, apnea notturna, osteoartrite, reflusso gastro-intestinale e alcune neoplasie. I principali metodi per classificare un individuo in relazione al peso ed alle percentuali di massa grassa sono rappresentati dall’indice di massa corporea (BMI), dalla valutazione antropometrica attraverso la misura di circonferenze e pliche, e dall’utilizzo di tecniche strumentali quali la bio-impedenziometria (BIA) o la densitometria a doppio raggio x (DEXA). Tra questi metodi alcuni presentano criticità legate soprattutto alla loro accuratezza. Secondo la classificazione fornita dalla scala relativa al BMI (kg/m2) un individuo è considerato obeso se il valore risultante è maggiore di 30. Il BMI è uno strumento valido se utilizzato a livello di popolazione, ma diventa ingannevole quando considera il singolo individuo poiché non tiene conto della composizione corporea. Due soggetti con medesimo BMI possono, infatti, essere profondamente differenti. L’utilizzo delle circonferenze può risultare utile per determinare il fenotipo, ovvero la distribuzione di grasso prevalente di un soggetto, ma sia la misurazione della circonferenza della vita che il rapporto vita/fianchi non permettono di distinguere il tessuto adiposo sottocutaneo dal tessuto viscerale a livello dell’addome. Per quanto riguarda le pliche, il loro utilizzo ha un’affidabilità limitata a causa della variabilità del tessuto adiposo sottocutaneo, della intrinseca variabilità delle proprietà elastiche dei tessuti, o ancora, dell’impossibilità di misurare pliche cutanee troppo grandi negli obesi. La BIA e la DXA, dal canto loro, possono essere ritenuti strumenti più validi per la determinazione della composizione corporea. La BIA è di semplice utilizzo, a basso costo e non invasiva, ed è considerata uno standard per la valutazione della massa cellulare corporea. Nonostante ciò, è soggetta a potenziali errori dovuti allo stato di idratazione e/o al bilancio elettrolitico del soggetto. Per questo una corretta attenzione alle attività prima del test (alimentazione e riposo) è importante per una maggiore attendibilità dei risultati. Inoltre, l’uso della BIA in soggetti obesi non dà risultati veritieri, così come nei soggetti nefropatici o con un’idratazione alterata. La DXA, invece, prevede la misurazione di tre compartimenti corporei, massa grassa, massa magra e massa ossea. Tale strumento presenta limiti tecnici dovuti al limite di peso verificabile dall’apparecchio, dalle dimensioni del paziente e dalla mancata misurazione della massa grassa “nascosta” nelle ossa. Altro limite della DXA è l’assenza della stima dello stato di idratazione. Come abbiamo visto ogni strumento porta con sé potenziali errori di misurazione e risulta difficoltoso diagnosticare correttamente una condizione di obesità. Queste criticità ci pongono in presenza di veri e propri paradossi. che inficiano lo stato di salute dei pazienti e la qualità della vita. Risulta quindi fondamentale utilizzare al meglio tutte le tecniche ad oggi disponibili al fine di identificare i parametri che possano portare ad una corretta diagnosi di obesità consentendo in questo modo la scrittura di una adeguata dietoterapia che garantisca al soggetto il miglior stato di salute possibile.

“Why primary obestity is a disease” – Antonino De Lorenzo, Santo Gratteri, Paola Gualtieri, Andrea Cammarano, Pierfrancesco Bertucci, Laura Di Renzo.

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