Stop alla frutta esotica e fuori stagione

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Stop alla frutta esotica e fuori stagione

I consumatori abbandonano l’esterofilia a favore del consumo di prodotti locali e stagionali. Un saggio comportamento già consigliato in antichità

di SILVIA BASSI

La moda del mangiare frutta e verdura fuori stagione sta cedendo il passo e i suoi consumi durante le recenti festività di Natale e Capodanno sono crollati. La frutta fuori stagione o esotica come ciliegie, fragole, cocomeri, mirtilli, pesche e albicocche viene ancora da molti considerata come un elemento di distinzione sociale. Tali frutti sono inodori, senza sapori, sicuramente trattati con pesticidi e fatti maturare durante il viaggio lungo anche più di 10 mila km dai paesi che li producono, come Cile, Messico, Brasile e Sudafrica. In pratica, è frutta oltre che costosissima, anche di mediocre qualità.

I consumatori hanno preso coscienza che è meglio mangiare frutta e verdura stagionale e possibilmente locale come aranci, mandarini, mele, pere, finocchi, indivia, radicchio, scarola, carciofi, broccoli, cardi, cavolfiore, verza e via dicendo. Non si tratta di rinuncia, in quanto si mette al primo posto la salute, che a lungo andare potrebbe essere minata dai pesticidi e dai conservanti che abbondano nei prodotti provenienti da paesi lontani per accelerare la loro crescita.

L’abbandono delle mode esterofile del passato a favore del consumo di prodotti a chilometri zero è stato favorito dall’importante sviluppo della rete della vendita diretta dei produttori con oltre 63mila frantoi, cantine, malghe e cascine, dov’è possibile comprare direttamente, e dai 715 mercati degli agricoltori di Campagna Amica, i cosiddetti farmersmarket, promossi dalla Coldiretti in ogni regione. Meglio, dunque, mangiare locale e di stagione anche nel periodo invernale, comprando con giudizio i giusti alimenti senza riempire inutilmente il carrello della spesa per non correre il pericolo di incrementare lo spreco di cibo che ogni giorno finisce nella spazzatura.

Il saggio consiglio di mangiare frutta e verdura di stagione è antico; già nella Bibbia un versetto lega il cibo alla natura:“C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere”. In questo versetto è sottinteso il concetto che tra la semina e il raccolto debba passare del tempo necessario per portare a maturazione un frutto, cioè il tempo giusto che consenta all’uomo poi di godere il raccolto del suo lavoro.

Per il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, che da sempre si batte sulla stagionalità del cibo, “oggi si potrebbe osservare che questo legame tra tempo, processo di maturazione e raccolto si sta lentamente sfaldando. La trasformazione dell’agricoltura in un processo prettamente industriale, fatto di input e output, costi e ricavi, investimenti e rendimenti, ha modificato positivamente il nostro intimo rapporto con il cibo, la nostra conoscenza di esso e la nostra capacità di distinguere ciò che mangiamo”.

Possiamo, dunque, alimentarci senza dover ricorrere a metodi violenti contro la natura rispettando la connessione che fin dalle origini dell’umanità c’è stato tra cibo e ambiente naturale.

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