Rubrica Frutti Tropicali: Tamarindo, Dragon Fruit e Carambola
Benefici, controindicazioni e consigli per un consumo consapevole
Di Rolando Bolognino e Lucilla Ciancarella
Cosa racchiudono realmente questi colorati scrigni tropicali?
Tamarindo
Il tamarindo è il frutto del Tamarindus indica, appartenente alla famiglia delle Fabaceae, originario dell’Africa ma oggi coltivato in India, Thailandia e Messico. Il frutto è un baccello marrone contenente una polpa densa, dal sapore dolce-acidulo, utilizzato in cucina per preparare salse, bevande e dolci. Il tamarindo raggiunge la maturazione fra la primavera e l’inizio dell’estate. Questo frutto insolito è ricco di acido tartarico, un potente antiossidante, e di minerali come magnesio, ferro e potassio, oltre ad un buon apporto di beta-carotene, pari a 18µg per 100g di frutto. È noto per le sue proprietà digestive e lassative, grazie al suo alto contenuto di fibre, di fatti nella medicina popolare veniva utilizzato come lassativo e digestivo naturale e come rimedio a problemi epatici e della cistifellea. Il tamarindo viene inoltre consigliato contro le sindromi da raffreddamento, la febbre, la nausea in gravidanza e in caso di vermi intestinali nei bambini. La presenza combinata di acidi organici, polifenoli e flavonoidi, quali l’apigenina, la luteolina e l’epicatechina, e di tannini, come ellagitannini, gallotannini, attribuisce a questo frutto un’attività antimicrobica e antinfiammatoria.
Insidie sotto la buccia: Il tamarindo è ricco di acidi organici (come l’acido tartarico), flavonoidi e cumarine, che possono inibire l’aggregazione piastrinica e avere un effetto anticoagulante naturale, ed interferire con l’azione di farmaci come l’aspirina e ibuprofene. Questi farmaci, appartenenti alla classe dei FNAS, agiscono inibendo l’enzima ciclossigenasi (COX-1 e COX.2) riducendo la formazione di trombossani e prostaglandine, con conseguente effetto anticoagulante. L’assunzione combinata del tamarindo con questi farmaci può aumentare il rischio di sanguinamento.
Dragon Fruit
Il Dragon Fruit noto anche come Pitahaya è il frutto del Hylocereus undatus appartenente alla famiglia delle Cactaceae, originario dell’America centrale, ma oggi coltivato in molte regioni tropicali, inclusa l’Asia. Il frutto ha una buccia spessa e colorata, che varia dal rosso al giallo, mentre la polpa interna è bianca o rossa e contiene numerosi piccoli semi neri. Esiste anche una pitahaya gialla che viene utilizzata in modo simile a quella rossa. Oltre che come tali, entrambi i frutti possono essere anche l’ingrediente per dolci, marmellate, sorbetti e bevande (ad esempio l’agua de pitaya). Le piante di dragon fruit possono produrre frutti per 4-6 volte l’anno. Non sono alimenti facilmente reperibili nel mercato italiano, sebbene siano più comuni sotto il periodo natalizio. Il dragon fruit è ricco di fibra, vitamina C, minerali come il calcio e il ferro, e antiossidanti come i flavonoidi. Grazie al suo contenuto di fibra, è utile per favorire la digestione e mantenere un buon equilibrio intestinale. La vitamina C aiuta a rafforzare il sistema immunitario, mentre gli antiossidanti proteggono le cellule dai danni ossidativi.
Insidie sotto la buccia: Il dragon fruit è generalmente sicuro per la maggior parte delle persone, ma può causare allergie in soggetti sensibili ad altri frutti tropicali.
Carambola
La carambola è il frutto dell’Averroha carambola, specie appartenente alla famiglia delle Oxalidacea originario del Sud-est asiatico. Quando tagliata trasversalmente, la carambola assume la caratteristica forma a stella, che le conferisce il suo nome. La sua reperibilità dipende dal paese di origine. La carambola è una buona fonte di vitamina C, vitamina A e antiossidanti. Ha anche un basso contenuto calorico e può aiutare a migliorare la digestione. Le sue proprietà diuretiche e disintossicanti sono utilizzate nella medicina tradizionale per favorire l’eliminazione dei liquidi e la depurazione del corpo.
Insidie sotto la buccia: La carambola contiene ossalati, che possono essere problematici per le persone con problemi renali o che sono predisposte alla formazione di calcoli. Inoltre, il consumo eccessivo di carambola può causare intossicazione nei soggetti con insufficienza renale, manifestandosi con sintomi come nausea, vomito e difficoltà respiratorie. Inoltre, la presenza della caramboxina, se non correttamente espulsa con le urine, può accumularsi e causare neurotossicità. La carambola può interferire inoltre con diversi farmaci, aumentando gli effetti avversi o la tossicità inibendo l’azione del citocromo P450 3A4 a livello intestinale ed epatico.



