, , ,

Dieta mediterranea e dieta mediterranea biologica: marcatori infiammatori e diabete di tipo 1

Designed by Freepik

PROGETTO AGRI BIO IT – DECRETO MASAF N. 0176926 DEL 27/03/2023

di Chiara Porfilio

La dieta mediterranea, considerata a partire dal 2010 Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, è conosciuta non solo per la bontà degli alimenti che la rappresentano ma anche per i suoi effetti protettivi sulla salute.

La dieta mediterranea non è solo alimentazione ma è cultura, tradizionalità e continuità fra le generazioni dei paesi che la abbracciano.

È caratterizzata dall’alto consumo di frutta, verdura, legumi, cereali integrali e olio extravergine di oliva, dal consumo moderato di pesce e latticini e dal basso consumo di carne, alimenti processati e ricchi di grassi saturi e zuccheri aggiunti.

 

È noto come, gli individui con aderenza a un pattern alimentare della dieta mediterranea, siano meno sottoposti a insorgenza di malattie cardiovascolari e croniche, diabete, dislipidemie, alcuni tipi di tumori e patologie infiammatorie.

Gli elementi chiave della dieta mediterranea sono i composti fitochimici, quali i polifenoli, contenuti in frutta e verdura, con note capacità antiinfiammatorie e antiossidanti: riducono l’infiammazione, inibendo la cascata delle citochine proinfiamamtorie (IL-6, IL-1, PCR) e proteggono le cellule dai danni causati dai radicali liberi che si sviluppano con il metabolismo cellulare.

 

A livello globale, le malattie non trasmissibili sono la principale causa di mortalità, provocando circa 41 milioni di decessi ogni anno. Fra queste, le malattie cardiovascolari ed il diabete sono due delle condizioni primarie.

Nonostante i loro vari meccanismi fisiopatologici, l’infiammazione sistemica gioca un ruolo costante, nell’eziologia e nel progredire di tali patologie croniche.

 

Il diabete di tipo 1 (T1D) è stato associato a elevata infiammazione sistemica, con aumento di livelli di interleuchine (IL-6, IL-1-beta) e fattore di necrosi tumorale.

L’aumento dell’infiammazione durante il diabete aumenta il rischio di complicanze micro e macrovascolari legate a tale patologia.

Un altro importante marcatore infiammatorio che aumenta nel T1D è la proteina C-reattiva (PCR). La proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP) è un biomarcatore clinico ampiamente utilizzato di infiammazione sistemica, implicato in molte condizioni croniche, incluso il diabete di tipo 1.

Valori elevati di PCR aumentano il rischio di mortalità e predicono eventi cardiovascolari negli individui con T1D. Le citochine proinfiamamtorie come IL-6 e TNF-y stimolano la produzione di PCR da parte degli epatociti.

 

Attraverso un’analisi aggregata di studi di coorte, caso-controllo, trasversali e randomizzati controllati (il 94% condotti su adulti con e senza fattori di rischio cardio metabolico), l’assunzione di frutta e verdura, indipendentemente e combinata, è associata a livelli ridotti di hs-PCR e infiammazione cronica.

 

Nonostante la crescente conferma dello stile alimentare come fattore di rischio modificabile per l’infiammazione sistemica, l’associazione tra hs-CRP e il consumo di frutta e verdura è sotto esplorata nel T1D, mentre è più studiata nel T2D.

 

Per colmare tale laguna, Macy M. Helm e colleghi hanno condotto uno studio (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38999806/ ) con lo scopo di determinare l’aderenza a frutta e verdura (per le loro proprietà antinfiammatorie e cardioprotettive) e valutarne l’associazione con la PCR ad alta sensibilità nei soggetti senza T1D e con il T1D.

Lo studio fa parte di un altro più ampio studio prospettico di coorte “CACTI” in corso che valuta la progressione della calcificazione dell’arteria coronaria tra individui con e senza T1D. I partecipanti sono 411 con T1D e 525 controlli non diabetici ed i dati sono raccolti in un periodo di 3 anni, durante due visite: al tempo basale e al terzo anno.

Per misurare l’assunzione alimentare è stato somministrato un questionario validato sulla frequenza di consumo alimentare, composto da 126 voci, così da stabilire riproducibilità e validità dei dati.

I dati triennali dello studio CACTI mostrano un’associazione inversa significativa fra il consumo di frutta e verdura ed i valori ematici di hs-PRC nel gruppo dei non diabetici.

Tale associazione inversa tra il consumo di frutta e verdura e PCR (test ad alta sensibilità e standard) è probabilmente dovuta ai loro noti effetti antinfiammatori e antiossidanti, grazie alla ricchezza di sostanze fitochimiche quali flavonoidi e carotenoidi. È stato dimostrato che tali prodotti riducono la produzione di citochine pro-infiammatorie e inibiscono la produzione di sostanze ossidanti come l’ossido nitrito, che causano danno cellulare e invecchiamento.

Pertanto, l’assunzione di frutta e verdura dovrebbe essere enfatizzata nelle

raccomandazioni dietetiche per mitigare l’infiammazione sistemica e i conseguenti risultati sulla salute legati all’elevata hs-CRP nella popolazione generale.

Nel gruppo T1D, la mancanza di associazioni significative

suggerisce che l’iperglicemia sistemica cronica e le relative anomalie metaboliche possono annullare le caratteristiche cardioprotettive di frutta e verdura.

La mancanza di risultati significativi può anche essere correlata al controllo glicemico e ai livelli relativamente bassi di hs-CRP dei partecipanti con T1D. Esiste la possibilità che i pazienti con T1D con scarso controllo glicemico hs-CRP più elevato rispetto a quello osservato nel campione di studio possano beneficiare di un livello simile di assunzione di frutta e verdura, ma ciò richiederebbe indagini future.

 

Se la dieta mediterranea desta interesse per le sue proprietà antinfiammatorie, un interesse ancora maggiore si mostra, negli ultimi decenni, per lo studio dei cibi biologici e della così detta “dieta mediterranea biologica”, sulle cui caratteristiche protettive per la salute vi sono ormai certezze.

 

L’agricoltura biologica si distingue per l’utilizzo di processi di produzione virtuosi per l’uomo e per l’ambiente. Nell’agricoltura biologica è ridotto l’utilizzo di pesticidi e contaminanti, ottenendo prodotti che mantengono la loro qualità naturale e contengono fino al 15% in più di sostanze fitochimiche (polifenoli, flavonoidi), rispetto agli analoghi prodotti tradizionali.

Sono proprio questi composti fitochimici, contenuti in frutta, verdura e cereali integrali, che apportano effetti benefici per la salute, grazie all’attività antinfiammatoria ed antiossidante. Un altro fattore che suggerisce la maggiore salubrità dei prodotti biologici è il basso consumo di contaminanti come il glifosato, considerato un “possibile cancerogeno”dall’AIRC.

 

A conferma della recente letteratura scientifica che dimostra i benefici del consumo del biologico sulla salute, E. Ludwing-Borycz e colleghi hanno effettuato un recente studio (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33353578/ ) con lo scopo di valutare l’associazione fra il consumo di alimenti biologici e marcatori dell’infiammazione (PCR) negli anziani.

Si tratta di uno studio longitudinale trasversale sugli adulti statunitensi con età maggiore o uguale a 50 anni, che riprende i dati dell’”Health Care and Nutrition Study”, del 2013. Uno studio che coinvolgeva più di 3719 adulti americani, dei quali si sono raccolti dati su consumo di cibo biologico e abitudini alimentari tramite un FFQ ed ulteriori test, somministrati riferendosi alle abitudini alimentari nell’anno precedente.

Dallo studio emerge come i valori ematici della PCR sono inversamente associati al consumo di alimenti biologici, in modo statisticamente significativo. In particolare, in ordine ritroviamo il consumo di latte, frutta, verdura e cereali biologici, il cui consumo è associato a più bassi valori di PCR rispetto a chi dichiarava di aver consumato gli analoghi prodotti convenzionali.

Le differenze principali, ricordate nello studio, fra il convenzionale ed il biologico, sono il rapporto degli omega-3/omega-6 favorevole verso attività antiinfiammatoria nel biologico e l’assenza di pesticidi, che possono avere effetti avversi anche se introdotti nei limiti consentiti dalle leggi.

In conclusione, lo studio riporta la riduzione di marcatori infiammatori in una dieta mediterranea con prodotti biologici rispetto a una dieta mediterranea convenzionale.

Questo suggerisce l’azione protettiva della dieta biologica verso tutte le patologie croniche che sottendono uno stato infiammatorio costante.

E’, però, importante sottolineare che i consumatori di cibo biologico tendono ad avere uno stile di vita più salutare, adottando diete più ricche di alimenti vegetali e integrali, una costante attività fisica e una buona qualità del sonno. Il tutto potrebbe offrire benefici significativi per la salute, in maniera indipendente dal consumo di cibo biologico.

Per tali limiti è importante svolgere ulteriori studi che si concentrano sulla durata dell’esposizione e su popolazioni più ampie, per confermare quanto detto sul legame fra alimentazione convenzionale, biologica e stato infiammatorio.                      Tuttavia quanto affermato è in linea con studi precedenti che dimostrano come il consumo di alimenti biologici sia protettivo per malattie cardiovascolari e alcuni tipi di tumori.